La testimonianza di Sabina di Sabina Geogan

Vorrei parlare della situazione delle donne di terza etá in terra d’emigrazione. Vivo da 35 anni in Australia, che é diventata ormai la mia nuova patria: e piú o meno analoga, dai 30 ai 40 anni, é l’anzianitá australiana delle donne con le quali sono in amicizia o magari, piú semplicement, in contatto. Abbiamo raggiunto il benessere, a costo di grandi sacrific, ma sentiamo molto la mancanza della nostra gente, delle amiche con le quali abbiamo trascorso gli anni dell’infanzia, delle nostre famiglie di origine, in particolare, e della nonstra lingua italiana.

Sentiamo con profonda amarezza il fatto che i nostri figli non hanno conosciuto i loro nonni: e penare che tanti li trattano male e li fanno vivere nell’abbandono.

Tutto questo non significa che l’assimilazione non sia avvenuta; anzi, per la maggior parte ci siamo abituate alla nuova vita e abbiamo imparato come abbiamo potuto, perché non c’era tempo per farlo bene e con sistema, anche se l’insegnamento era gratuito.

I nostri figlie, crescendo, si sono accorti che il nostro modo di parlare era molto scorretto e hanno cominciato a vergognarsi. Poi hanno capito quali e quante sono state le nostre difficoltá, ma in loro é rimasta l’idea che i genitori appartengano a una categoria inferiore.

Gran parte di noi non guida la macchina e qui le distanze sono enormi. Cosí, per poter parlare il nostro dialetto con qualche paesana o per andare in chiesa, che spesso é lontano anche centinaia di chilometri, dobbiamo aspettare che il marito ci porti.

Ci sono club e associazioni italiani, ma rimane sempre il problema delle distanze e perció molte donne si sentono isolate e sole. La solitudine diventa una condizione di vita: i figli se ne vanno; i mariti escono quando vogliono e vanno dove vogliono, senza preoccuparsi minimamente per la situazione reale e psicologica della moglie. Sono mariti di vecchio stampa e per loro la donna sta bene in casa. Tante di noi sono vedove e allora, ance se magari negli anni ci siamo lamentate dei nostri mariti, la condizione é ancora peggiore.

Abbiamo il telefono, certo, ma é uno strumento per fare delle commissini, non per fare delle vere conversazioni. E noi abbiamo bisogno di conversare, anzi di confidarci, di sfogarci delle preoccupazioni che ci angustiano: if figli che sposano donne di religione diversa; i divorzi che ci dividono dai nostri nipotini; le figlie che si uniscono senz sposarsi... Sono tutte croci, che il silenzio e la solitudine aumentano a dismisura.

Quando poi torniamo per una vacanza alla terra natale, veniamo accolte con diffidenza della famiglie, che una volta furono anche le nostre. Ora i fratelli sono sposati, hanno i loro figli, le loro moglie e pensano che torniamo per chiedere la nostra parte di ereditá e sono imbarazzati a dirci che per noi non é rimasto niente. Approffittano della vecchiaia die genitori e trovano il modod per impadronirsi di tutto. Ma questo non ce lo dicono. Le sorelle devono capire le difficoltá, devono accettare: non possono suscitare liti in famiglia. Anche questo é destino di donna.

E pensare che noi desideriamo soltanto sentirci bene accette, ricordate come parenti: sorelle, cognate, zie, che ritornano per avere il conforto della famiglia, non per chiedere. É sempre piú quello che lasciamo, quando veniamo in Italia, di quello che portiamo via.

L’egoismo, purtroppo, rende ciechi e sordi. Forse i nostri familiari non si accorgono nemmeno dell’ingiustizia che ci fanno, perché la lontananza spegne l’affetto. Spegne persino la memoria degli anni e della vita comune ai tempi dell’infanzia.

La mia é una lettera amara. Ma la veritá non deve essere nascosta. Ho scritto quello che penso e quello che sento dire dalle mie amiche. Ho scritto a nome delle donne che vivono lontane: e hanno finito, per essere estranee alla terra, dove hanno trascorso parte della loro vita e coltivato i cari affetti della prima famiglia; come pure a quella dove sono venute a vivere e hanno creato una nuova famiglia. Due famiglie: quella in patria divenuta diffidente; questa, in terra d’esilio, divenuta quasi straniera. E anche questo é destino di donna.

Si scrive molto, o per lo meno abbastanza, sugli emigrati. Ma quando si parla di emigrati, si parla di uomini: la donna non esiste, perché non vedo mai che si parli di “emigrate”.

La parola « emigrati » comprende gli uomini e le donne insieme : ma le donne hanno problemi diversi dagli uomini. Non dico piú gravosi : dico diversi.

É di questi che ho voluto parlare : per far salire alla ribalta della cronaca, accanto agli uomini protagoristi di una storica epopea, anche le « emigrate », che hanno vissuto e vivono la loro cronaca familiare dalla sequenza spesso grigia ma non per questo meno sofferta.

Sabina Goegan

Valley View, South Australia

Settembre 2008


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